When do you wanna be free?

E così, quasi un anno dopo, mentre mi riempio gli occhi di immagini di luoghi che non credo riuscirò a vedere mai, mentre ripenso alla facilità di certi “Arrivederci” e alla difficoltà di altri, mentre cerco di godermi quella “meritata settimana di famiglia” all’anno e mentre decido cosa è importante portare e cosa superfluo, qualcuno strimpella la chitarra e con voce roca canta “When do you wanna be free?”.

“Now”, rispondo, ora.
Sono pronta ora a vivere il mio sogno, fatto di piccoli sacrifici e grandi passi, forse quasi più grandi di me.

Ho passato giorni e notti ad immaginarmi cosa mi aspetterà al mio arrivo in Australia e come sarà la mia nuova vita là, creandomi il mio Australian Dream, ma ho desistito. Non mi interessa vedere quel posto preciso, fare una specifica esperienza, conoscere un certo tipo di persone e così via: mi interessa vedere, fare, conoscere tutto ciò che il destino metterà sul mio cammino. E, soprattutto, continuare in quel viaggio magnifico già iniziato, quello alla scoperta di me stessa tramite la scoperta del mondo.

Questa volta sarò da sola, per davvero.
Io, i miei sogni, il mio destino e la mia assoluta, inconscia, immancabile voglia di libertà.

… english …

And so, almost one year later, while I am losing my eyes in picture of places I don’t think I’ll be ever able to see, while I’m thinking a some easy “Goodbyes” and some harder ones, while i’m trying to enjoy the only yearly deserved week with my family, while i’m managing myself to get somehow ready to leave, someone strums the guitar and sings “When do you wanna be free?”

“Now”, I say, now.
I’m now ready to live my dream, made up of little sacrifices and big steps, maybe bigger than me.

I spent days and night trying to figure out how will be my new life in Australia, creating my own Australian Dream, but I gave up. I don’t care about seeing that place, doing that kind of experience, being in touch with that kind of person: I care about seeing, doing, knowing and being in touch with everything fate will put on my path. And, above all, keep going with that amazing yourney already started, the one done to discover myself through the discover of the world.

And this time, I’m gonna be completly alone, really.
Me, my dreams, my destiny and my absolute, unconscious, inevitable desire of freedom

Cinque mesi dopo.

Cinque mesi dopo, cinque lunghissimi, freddissimi e pesantissimi dopo, ho bisogno ripartire: me lo urla il mio cuore, me lo suggerisce la mia mente e me lo sussurra il mio corpo.

Sono stati cinque mesi di stallo, cinque mesi in cui ho creato un compromesso con me stessa e con le mie necessità, e mi sono fermata: una sfida, che sto quasi riuscendo a portare a termine, apparentemente semplice, ma che si è dimostrata molto più difficile e pesante del previsto.
Superato lo shock del ritorno, ero riuscita a ritrovare la spensieratezza e la felicità nelle piccole cose .. magico, ma destinato a finire: dopo l’iniziale entusiasmo della novità e nonostante le tante piccole soddisfazioni, sono entrata nell’inesorabile spirale della routine. Ah, maledetta routine! Svegliarsi, lavorare, mangiare, dormire, il tutto scandito da orari precisi, da movimenti e parole che ormai non hanno bisogno di input, appiattendosi ogni giorno di più e smettendo di cercare la “bellezza”.
Non so come è successo, non so cosa è cambiato in me, non so dove ho perso l’energia necessaria per la mia ricerca del particolare, ciò che rende ogni singola cosa speciale e unica, ovvero ciò che mi dà la forza.

Forse ho solo bisogno di rimettermi sulla strada, in qualsiasi modo, di uscire dagli schemi in cui mi sono costretta, di sfuggire ai compromessi fatti con me stessa.
Ho bisogno di risentirmi libera, spensierata, di seguire il vento dell’istinto.
Ho bisogno di respirare aria nuova, di ascoltare suoni nuovi, di assaporare sapori nuovi.
Ho bisogno di persone diverse, di tradizioni sconosciute, di culture atipiche.

Ho bisogno di tornare a correre per inseguire il mio sogno, cinque mesi dopo, come cinque mesi fa.

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Mal d’Oriente

Il mal d’Oriente è diverso dal mal d’Africa.

Il mal d’Oriente ti fotte il cervello, ti erode le certezze, ti centrifuga la mente, ti scardina i fondamenti e ti lascia sola, completamente sola, a domandarti se tutto quello che è accaduto è reale o no e a riflettere su quali sono i veri valori della vita.

Ho conosciuto il mal d’Oriente mentre l’aereo è decollato da Bangkok, facendomi provare una fitta mai percepita prima al pensiero di lasciare inesorabilmente la città dei miei sogni e di tornare a ciò che un tempo era “routine” e che ora non so più cosa sia.
Avevo paura di tornare, di confrontarmi con un mondo rimasto uguale e di scoprire come e quanto sono cambiata.
Il mal d’Oriente è stato un filtro nei confronti della falsità delle persone, facendomi render conto che molta gente proclama banalità in modo molto interessante e costringendomi a rivalutare la scala delle amicizie.
Mi ha anche resa più sensibile, meno indifferente a ciò che succede intorno a me, più debole, ma allo stesso tempo più affettuosa e coraggiosa delle mie azioni.

L’Asia mi ha insegnato una a vivere una vita diversa, non più scandita da programmi superflui, ma vissuta alla giornata, mi ha insegnato che i problemi non esistono, che lamentarsi non ha senso e che l’importante è sorridere, mi ha insegnato che essere generosi è fondamentale e che tutti siamo uguali nelle nostre differenze.

Ogni volta che entro in un negozio i commessi mi sembrano sgarbati, i discorsi delle persone mi sembrano vuoti ed inutili, tutti mi sembrano tristi ed arrabbiati senza alcun motivo.
Ogni foto che riguardo è sia un bel ricordo che una fitta al cuore, ogni volta che qualcuno nomina la parola “Thailandia” cattura la mia attenzione e ogni volta che mi capita di raccontare qualcosa riguardante le mie avventure mi brillano gli occhi.

Alla domanda “Sei contenta di esser tornata?” non posso che rispondere “No”, perchè è la pura verità: non sono contenta di essere tornata in un mondo che non capisco quasi più, in una realtà che sento non appartentermi più e in un’ambiente triste e falso. 
Dovrei farmene una ragione, dovrei essere come tutte le persone razionali che portano con sé i ricordi positivi e li utilizzano per migliorare la propria vita, e invece rimango la solita estremista che si fa sommergere dai ricordi in modo assolutamente negativo.
Ho vissuto questa esperienza al massimo, eppure non riesco ad accontentarmi.

Ed è proprio questo il mal d’Oriente, quel desiderio incontrollabile di andare a ricongiungerti a quella parte di te rimasta in Asia.
Ed è proprio questo che farò, prima o poi.

Immagine… english …

The Oriental Sickness is completly different from the African sickness.
The Oriental sickness fucks your brain, corrodes yours certainties, undermines your foundations and he leaves you alone, damnly alone, asking to yourself if what happened was real of not and thinking about the true values in life.
I met the Oriental sickness when the plane take off from Bangkok, let me feel a pain never felt before as I had to leave forever the city of my dreams and to come back to the routine I was used to and now I can’t remember what it actually is.
I was scared to come back, to face a world that is still the same and to discover how and how much I am changed.
The Oriental sickness was a filter against the falsity of the people, it let me realize that people claim triviality in an interessant way and it forced me to revalue my frienship order.
It has made me more sensitive, less indifferent about what’s happenning around me, more weak, but at the same time more sweet and brave.
Asia tought me to live a different life, not anymore marked by unnecessary programs, but lived day by day, She tought me that real problems don’t exist, that complaining doesn’t make sense and that smile is the only important thing, She tought me that kindness is fundamental and that we’re all the same in our differences.
Everytime that I go inside a shop, the clerks seems rude to me, people talks seem empty and nonsense, everybody seems angry and sad without any reason.
Every picture I look is a great memory and a pain in my hearth at the same time, every time someone says “Thailand”, he gets my attention, and every time I tell something about my adventures my eyes shine.
The answer to the question “Are you happy to be back?” can only be “No”, because it’s the truth: I’m not happy to be back in a world that I don’t understand anymore, in a reality that I don’t feel mine anymore and in an ambiend sad and fake,
I should give me a reason, I should be like all the raional people that bring the positive memories with them in order to improve their life, but I’m always the same extremist that let herself be overwhelmed by the memories.
I lived this experience at the maximum I could, but I can’t get enough.
And this is the Oriental Sickness, that incontrollable desire to go and reconnect with the part of you left there in Asia.
And this is what I will do, sooner or later.

Bangkok, la mia.

Io amo Bangkok.
Amo sfrecciare per le sue strade a 150 km/h su un taxi coloratissimo, ascoltando Radio 107.0 e godendomi le luci maestose dei grattacieli.
Amo il Chaya Praya River, anche se è color marrone scuro, e amo sedermi di sera sul porticciolo vicino al Mandarin Hotel e guardare le barche illuminate percorrere il fiume.
Amo l’odore dello street food, delle salsicce, delle fish meatbolls, dei pancakes, delle banane fritte, della papaya salad, delle zuppe di noodle e dei Phad Thai.
Amo i 7Eleven e i 108 Shop che si trovano ovunque in città e i loro biscottini da 5 Baht.
Amo i songthaew rossi, delle specie di taxi/pick up, pieni di scritte thai. Non sai mai dove portano esattamente, ma vogliono sempre e solo 7 baht.
Amo i mercati, tutti i mercati, dal famoso Chatuchak, dove si trova veramente tutto, al bellissimo mercato di Thewet, dal mercato di fiori di Chinatown allo sconosciutissimo Talah Minburi.
Amo Khao San Road, la prima “uscita libera” a Bangkok, amo il bar all’angolo, quello con la scritta gialla e i cocktail a 80 baht, The Club e pure tutte le bancarelle, ma soprattutto amo come è cambiato il mio modo di vedere quella strada in quattro mesi.
Amo i templi, i loro tetti tinti di rosso e verde, la loro quiete e i loro Buddha d’oro, anche se preferisco quelli più sobri ad Ayuttaya.
Amo prendere l’Airport Link e vedere i visi delle persone che vanno e vengono dall’aeroporto.
Amo i canali di Bangkok, quelli che passano in mezzo alle palafitte e dove si incontrano spesso vecchie signore con cappelli di paglia che pagaiano su sottili barche di legno.
Amo guardare i monaci, mi incantano le loro tuniche arancio e le loro teste rasate, la tranquillità dei loro sguardi e i loro silenzi.
Amo i thailandesi, le loro lenti a contatto colorate, i loro capelli scurissimi e liscissimi, i loro zigomi pronunciati, il loro sorriso e la loro lingua piena di “Mai” e “Kha”.
Amo la Chang, la Leo, il Sangsom e le canzoni thailandesi.
Amo sentirmi a casa ogni volta che leggo i cartelli “Lad Krabang”, “Romklao Road” e “Minburi”, ma soprattutto amo la faccia che fanno i taxisti tutte le volte che gli dico “Pai Kasem Bundit University, Romklao Road”.
Amo la mia università, amo sedermi sugli spalti del campo di calcio, bere birra e ghiaccio e ascoltare qualcuno che suona la chitarra, amo svegliarmi ogni mattina con la luce del sole che entra dalla porta-finestra e vedere il giardino verde e le palme, amo le poltrone bordeaux della sala comune e amo stare lì seduta a guardare la gente che passa, amo la mensa, l’odore di riso di prima mattina, il “caffè della Mussu”, le uova fritte, le patate, le finte cotolette e le uova con i pomodori, amo incontrare la gente e chiedere “Dove vai?”, amo uscire a cena, scegliere se andare nell’1, nel 2, nel terzo, in quello blu o dal cinese e ordinare “Phad si iu gai” o “Phad wun sen” o “Lad naa kalè” e amo il colore dei tramonti accompagnati dalla preghiera della sera che si sente dalla moschea (ma che sia maledetta quella delle 5 di mattina!)
Amo la gente che c’è qua, la loro gentilezza, la loro pazienza, tutti i sorrisi che mi hanno regalato e tutte le emozioni che mi hanno trasmesso.
E amo il loro “Mai Pen Rai”, il loro stile di vita basato sul “Nevermind”, sul fatto che niente è davvero un problema, tutto si risolve e l’importante è vivere la vita giorno per giorno, felici per tutto e accontentandosi anche del poco.

La verità è che tra due settimane parto e non sono psicologicamente pronta a mettere la parola “Fine” a questa avventura, ad abbandonare la vita che sto vivendo qua, spensierata e libera come non mai, e a salutare persone con la consapevolezza che non le rivedrò mai più nella mia vita.

Non me ne voglio andare.

P.S.: So che questo articolo fa schifo, ma lo pubblico in onore del potere curativo della scrittura di getto – ไม่เป็นไร

Il mio compagno di viaggio

Oggi non scrivo né di magnifici paesaggi né di straordinarie avventure, nemmeno di palafitte o di occhi e sorrisi.
Oggi parlo di Lui, la mia porta sull’Asia, la mia guida spirituale in questi mesi: Tiziano Terzani.
Definito scrittore e giornalista, fu molto di più: visse l’Oriente come un orientale, ma con il senso critico da europeo, cercando di capirla in fondo e (forse) riuscendoci.

Da tempo nella biblioteca di famiglia, lo scoprii per la prima volta a Luglio, quando mia madre mi consigliò “In Asia” come lettura pre-Thailandia: divorai quel libro, che spazia dalle montagne tibetane alle fabbriche all’avanguardia del Giappone, dai tunnel sotterranei del Vietnam del Nord all’immensità dall’India. L’effetto collaterale di quelle quattrocento pagine, che raccolgono gli articoli scritti per la rivista tedesca “Der Spiegel”, è un’incontrollabile desiderio di scoprire di più riguardo quel mondo sconosciuto che c’è ad Est dell’Europa.

Tornata a casa dopo un’estate in viaggio, la prima cosa che cercai fu un altro libro di Terzani e trovai “Lettere contro la guerra”: l’autore, cresciuto come corrispondente di guerra, scrive un manifesto pacifista contro di essa ad alta carica emotiva.
Se è vero che “le migliori scoperte della storia dell’uomo vennero con la guerra”, è altrettanto vero che dopo parecchi millenni di civiltà l’uomo avrebbe potuto e dovuto trovare altri stimoli per progredire. Sempre che il progresso sia qualcosa di positivo a 360 gradi, aggiungerebbe Terzani.
Commento personale: tutti, ma proprio ogni cittadino di questo mondo alla deriva, dovrebbe leggere questo manifesto e aprire gli occhi, il cuore ed il cervello (e deporre le armi).

Esattamente un giorno prima della mia partenza mi precipitai a comprare “Un indovino mi disse”: sentivo che quello sarebbe stato il giusto compagno di questa avventura, e così fu.
Più tempo passavo in Thailandia, più pagine leggevo e più mi rendevo conto di quanta verità sofferta ci fosse in quel libro, di quanto l’astio dell’autore verso il progresso malato che avvolge e sconvolge l’Oriente non fosse solo pura esagerazione di un vecchio scrittore pacifista, retrogrado e visionario, ma pura e sconvolgente realtà.
Quel libro – come anche gli altri – mi ha aperto gli occhi e ha fatto crescere dentro di me un senso critico e di ribellione prima sconosciuti. “Un indovino mi disse” (unito ai mesi in Thailandia) ha cambiato me, il mio modo di vedere il mondo e di pormi davanti alla vita, e mi ha insegnato tanto sulla storia asiatica, facendomi rendere conto di quando – comunque – ignoro ancora (motivo per il quale mi sono precipitata in libreria a comprare un libro di storia asiatica).

Infine, due settimane fa ero con la mia famiglia in una guesthouse in centro a Bangkok e nella mia camera ho trovato “Pelle di leopardo” di Tiziano Terzani, in italiano. Mi chiamava, non potevo lasciarlo lì e non leggerlo.
Questo libro raccoglie il diario che Terzani tenne in qualità di corrispondente al fronte durante la guerra del Vietnam, pubblicato nel 1973 e “Giai Plong! La liberazione di Saigon”, libro scritto nel 1975 “a caldo, con le emozioni a fior di pelle” dopo esser stato uno dei pochissimi testimoni occidentali alla fine di una guerra che ha sconvolto l’intero pianeta.

Io ignoro quale sia l’ingrediente segreto della scrittura di Terzani, so solo che ogni pagina che leggo è un’emozione diversa, fortissima: è capace di trasportarmi nei bunker vietcong e farmi provare la loro speranza mista a paura, negli uffici dei quadri americani e farmi capire la loro spavalderia e la loro codardia, nelle case ridotte a pochi mattoni dai bombardamenti e farmi sentire la disperazione delle famiglie contadine, nelle strade di Saigon alle 12.10 di quel famoso 30 aprile e farmi vivere l’incredulità di una pace che mancava da trent’anni.

Ho letto veramente tanti (mai troppi) libri nella mia breve vita, da ognuno di essi ho scoperto e imparato tante cose nuove, ma mai nessuno scrittore è riuscito a catturarmi ed emozionarmi come Tiziano Terzani.
E se questa esperienza in Thailandia è stata così intensa, molto lo devo anche a Lui, mia guida spirituale, mio maestro, mio esempio di vita e, perchè no, mio compagno di viaggio. 

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Verde balinese.

Giungla, liane, collinette, ruscelli che scorrono veloci e cascate immerse nel verde.
Una curva e il panorama cambia: tanti campi di riso ordinati, il sole che si specchia in questi, creando giochi di luce, e i contadini, vecchi, sdentati, magri e sorridenti, con gli occhi nascosti da quel cappello triangolare così ridicolo quanto utile.

La strada è piccola e trafficata, le motociclette sfrecciano senza nessuna regola, i carretti cercano di mantenere la sinistra, le poche macchine suonano all’impazzata e ogni tanto passa un camioncino con un carico di galline o di suini. Ad un certo punto da un vicolo sbuca una bella donna con i capelli raccolti. Insossa il sarong e in mano porta un vassoio composto da foglie di banano intrecciate: dentro ci sono dei piccoli cesti con fiori colorati, sigarette, biscotti e un bastoncino di incenso. Si china e appoggia questi di fronte alla statua del dio Ganesh. Un’altra donna, più indaffarata, si destreggia camminando su un marciapiede inesistente, tra auto e moto parcheggiate senza regola: in testa porta un carico enorme di foglie quasi piu pesante di lei e riesce a camminare con tutta la grazia che caratterizza il genere femminile.

Da una collinetta ci si gode il panorama: il cielo è terso e si intravede persino il cratere di uno dei tanti vulcani che dominano l’isola.

Poco lontano c’è l’oceano, e nella spiaggia nera un surfista indonesiano si diverte a cavalcare le onde.
Qualche bracciata verso il mare aperto, lancia un ultimo sguardo all’orizzonte per controllare l’onda, gira la tavola, ultimo paddling di forza e poi, proprio quando sembra che l’onda si stia per chiudere sopra di lui, il take off e via veloce, ginocchia piegate, ricerca costante dell’equilibrio e mano che sfiora l’acqua, spinto dalla forza delle onde. Capelli che sanno di sale e di sole, denti bianchi, occhi che brillano e sorriso genuino. E’ felice.

E poi ancora banani, alberi di mango e di caucciù, palme di cocco, templi con mura scure e ricoperti di fiori e statue spaventose.

Un’altra curva, un cardo rosso, un campo di riso e un uomo col sarong e il bastone in mano dirige una processione di anatre. Dall’altro lato della strada tre giovanotti fumano sigarette al sapore di chiodi di garofano e salutano i passanti.

Lungo la strada altri terrazzamenti e giungla, che camminano insieme in un’armonia di verdi diversi che riempie gli occhi e il cuore.

E’ questo il mio colore preferito, quel verde coltivato dal contadino col sorriso sdentato e il cappello di paglia mentre cerca di addomesticare la giungla e sopravvivere con il suo campicello di riso e le sue anatre.
E’ il colore di chi si accontenta di tutto quello che ha, di chi sorride alla vita e non si preoccupa delle disgrazie. E’ il colore di chi sa di vivere grazie alla natura e la rispetta per questo. E’ il colore di chi non si pone troppe domande e zappa la terra, di chi non sogna un mondo diverso ma si adopera per migliorare quello che c’è. E’ il colore di ha scoperto che la vera ricetta per la felicità è smettere di cercarla. E’ il colore di Bali.

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Midnight in Singapore.

Immaginate il caos quotidiano delle strade asiatiche, le mille macchine, motorini, pullman, camion e carretti, e posizionateli su un ponte, un unico ponte, che collega due diversi stati: avrete tutti i presupposti per una traversata accompagnata dallo strombazzare dei clacson.
Ambientate il tutto a Singapore, aggiungete qualche decina di poliziotti e questo scenario riuscirà a sembrare incredibilmente ordinato. Anche la dogana sembra ordinata, come pure il capolinea dei bus, la maggior parte dei quali porta in centro attraverso enormi stradoni percorsi da macchine costose che costeggiano case inglesi immerse in giungle curate e grattacieli maestosi.

Basta scendere dal pullman per rendersi conto di non essere più nell’Asia che conosciamo: invece dei taxisti o tuk tuk driver, ad accoglierci troviamo chiare indicazioni che conducono alla stazione della metropolitana MRT più vicina, ovviamente dotata di una mappa della città, una della rete metropolitana e una del quartiere in cui si trova.
E tanti, tantissimi cartelli di divieti: dal classico “NO SMOKE” al comprensibile “NO SPLIT”, passando per gli esagerati “NO EAT” e “NO CHEWING GUM”. Attenzione a non rispettarli: le multe sono salatissime e c’è sempre qualcuno allerta, spronato dalle pubblicità progresso che invitano a segnalare qualsiasi contravvenzione.

Il nostro primo approccio a Singapore è Clarke Quay, quartiere notturno nel quale si alternano ristoranti internazionali, bar eleganti e club. Un viavai di gente è seduta nei vari locali, qualche bambino si diverte a guardare i giochi d’acqua delle fontane, delle famigliole provano l’ebbrezza di guardare la città dall’alto di una giostra gigante e una moltitudine di giovani di varie nazionalità siede sopra il maestoso ponte sul Singapore River, godendosi una birra ghiacciata e l’aria fresca.
Così facciamo anche noi, sentendoci a casa in questo baluardo occidentale in Oriente e ripensando a quanto è capitato in quest’anno che sta per finire.

Scatta la mezzanotte, la magia di Singapore ci avvolge e ci ritroviamo sotto il Melion, la statua simbolo dello stato, a Marina Bay, una baia magnifica circondata da hotel di lusso e avvolta in un gioco di luci che ci incanta. Poi, tutto ad un tratto, siamo su una spiaggia, deserta, a scoprire le geografie del mondo.

Il sole è già alto e esploriamo Chinatown, capace di sorprenderci per la pulizia, le decorazioni, gli edifici colorati e ristrutturati e i templi maestosi. Pranzo al volo e camminata verso Marina Bay, il cuore commerciale e lussuoso della città, dove nei Malls ci sono i gondolieri e gli hotel a cinque stelle sembrano abbiano navi da crociera invece che tetti, ma dove comunque niente sembra fuori luogo.

Abbiamo dei biglietti gratis per il Siloso Beach Party – Asia’s largest countdown party – e ci prepariamo a scoprire l’isoletta di Sentosa, un elegante parco divertimenti circondato da spiagge bellissime.

La magia di mezzanotte ci rincorre a perdifiato sulla spiaggia e ci porta a scoprire il lungomare, poi ci fa ballare per ore e ci abbandona seduti sopra un pontile sul Singapore River con un muffin e delle liane.

Happy New Year, Singapore: la città non si ferma mai, e noi ci lasciamo affascinare dalla discreta eleganza della Sultan Mosque, dalla quiete di Arab Street e dagli edifici storici di Little India. Ormai ci sentiamo a casa, ceniamo nei Food Park e girovaghiamo per le strade in pigiama.

E’ l’ultima notte a Singapore e torniamo a Clarke Quay.
Il tempo passa veloce ed è già mezzanotte, danze sfrenate e giri in macchina per le strade vuote della città che si concludono sempre all’alba ad Hamilton Road.

Questa città è magica, qua in una notte tutto può succedere e tutto può finire all’improvviso, come è iniziato. L’importante è prendere le quattro birre più economiche del 7 Eleven, sedersi sul ponte di Clarke Quay ed aspettare.

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Kuala Lumpur. La metropoli del futuro.

Kuala Lumpur l’ho scoperta dall’alto, verde, ordinata e con strani stradoni curvilinei a circondare edifici immensi.

Questa capitale del Sudest asiatico raccoglie ordinatamente un mix di culture che, ai nostri occhi occidentali, di ordinato ha poco. Passeggiando nel mercato perenne di Chinatown ci si può imbatttere nei ristoranti vegetariani di Little India; dirigendosi verso nord si scoprno strade tipiche malesi, immense moschee candide, Shopping Malls che sembrano musei di arte moderna e le altissime Petronas Twins Towers, simbolo della città, ma che la fanno vagamente assomigliare a Dubai.
La popolazione malese è formata prevalentemente da malesi di religione mussulmana, indiani induisti e cinesi buddhisti, ma non mancano egiziani, sudamericani, europei e, soprattutto, medio-orientali. 

Passeggiando per le strade di Kuala Lumpur ci si rende conto di come questa potrebbe essere il prototipo della nuova metropoli, basata sul mix culturale più che su una propria storia e costruita coi proventi dell’oro nero. In un paese che ha festeggiato da poco i 50 anni d’età, il potere sembra essere però in mano ai gestori delle due torri gemelle, che danno lavoro a gran parte della popolazione e che fanno assaporare ai comuni mortali quel lusso sfrenato tipico dell’Oriente, che avvolge e attira, che fa sentire inferiore e che fa dare importanza a cose che effettivamente non l’hanno.

Ci vivrei anche io a Kuala Lumpur, se avessi un conto in banca con troppi zeri e se potessi permettermi un’appartamento con vista panoramica sulle Petronas Tower, ma forse preferisco la mia casetta in un paesino italiano, e lo dico con l’orgoglio di chi ama la propria terra, la propria storia e la propria cultura.

Ma forse sono io arretrata, e il progresso sta in questa meravigliosa città, che fino a pochi anni fa era sconosciuta e ora pullula di backpackers e uomini d’affari da tutto il mondo e che sta facendo parlare di sè, preparandosi a diventare la nuova Grande Mela orientale, sconvolgendo tutto ciò che diamo per scontato.

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Semplicemente “Full Moon Party”.

 

 

.. o meglio: “Ottima azione di marketing basata su buckets, accessori fluo e giochi di fuoco, volta a soddisfare le aspettative di orde di turisti occidentali in vacanza”.
Niente di più.

Ammetto che ero tanto eccitata quanto agitata all’idea di presenziare a questa lunare ricorrenza, tanto da sottoporre me stessa e i miei compagni di viaggio ad una preparazione psicologica al limite dell’assurdo: websites, video su youtube, raccomandazioni e precauzioni che renderebbero fiera persino la più apprensiva delle madri.
Così, pronta ad ogni evenienza ed armata della mia maglietta fluo loggata e dei mille baht che avevo con me (unico oggetto di “valore”) mi dirigo verso Had Riin, la location. Ad attenderci, un cartellone rosso che sostiene che il costo del Full Moon Party è di 100 baht e che tutti sono tenuti a pagarlo, “No Excuses” .. ma siamo italiana, insomma, e una excuse la si trova sempre!
Ovviamente, non è solo il costo dell’ingresso in spiaggia ad essere vorticosamente aumentato, ma anche il prezzo dei celeberrimi buckets: la sera prima con 150 modici baht si poteva acquistare un secchiello contenente qualunque bevanda alcolica, ora solo del whisky thailandese di quarta categoria. Per un sano Gin Lemon ne servono 300. Parola di luna piena. 

Premetto che le mie aspettative erano quelle di un mega rave party in spiaggia, con musica di tutti i generi, tantissimi palchi e tantissima gente interessante, attrazioni varie e giochi col fuoco. Ma, come sempre, la mia fantasia lavora d’eccesso.
In realtà, il Full Moon Party è la più banale (ma la più riuscita) delle feste in spiaggia: è (rullo di tamburi) .. una festa in spiaggia!
I vari beach bar offrono musica commerciale a tutto volume, la gente balla tranquillamente sotto la luna piena bevendo uno o più bucket, c’è qualche gioco col fuoco o qualche altra misera attrazione, ma la festa è lì, consiste nell’essere tutti su una stessa spiaggia a ballare finché non sorge il sole.
Semplicemente.
Ammetto che all’inizio ero delusa da questa festa, credevo che le feste nella giungle o accanto alle cascate dei giorni precedenti il Full Moon Party fossero molto meglio: non ero ancora riuscita a cogliere che il successo di questo evento sta, come sempre, nella sua banalità, nel suo essere qualcosa che “non può non piacere”. Semplice. 

E così, ogni anno, milioni di occidentali si recano a Ko Phangan, per essere anche loro partecipi di questa festa, per comprarsi la maglietta, per ubriacarsi di bucket, per conoscere ragazze di cui si dimenticheranno il nome l’indomani, perchè tanto è così che va la vita, perchè siamo giovani e dobbiamo godercela e spassarcela, perchè il tempo passa e non torna indietro, perchè prima o poi queste cose sono da fare. E rifare. Semplicemente.

Ah, per chi non lo sapesse, i buckets sono dei secchielli pieni di cocktail. Geniali.

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Cambodia.

Stazione di Hualampong, Bangkok, ore 05.55.
La città si sveglia e il treno inizia a muoversi lentamente sui binari, affollato dei veri thailandesi, quelli che prendono la terza classe e non lo Skytrain, quelli che ascoltano lo sferragliare sulle rotaie e non l’iPod: quelli che vivono alla giornata.

Sette lunghissime ore trascorse a sfamarmi gli occhi di vecchiette che chine raccolgono il riso col falcetto, di bambini che corrono in mezzo alla strada, di giovani che riposano su amache, svegliandosi solo per salutare distrattamente il treno .. e poi ancora palafitte, risaie sterminate, torrenti e paludi, uccelli di ogni specie e cielo azzurro mozzafiato.

E poi, quanta vita ad ogni stazione! Giovani che guardano emozionati il treno, compere che si svolgono dai finestrini e un’infinità di commercianti che popola i vagoni, carichi di cesti pieni di riso, mango, zuppe e verdure.

A metà strada, il paesaggio cambia: più giallo, più secco, più strade di terra battuta. Un ultimo sforzo e siamo finalmente pronte ad abbandonare i comodissimi sedili per conoscere l’ultimo baluardo thailandese verso l’Oriente: Aranyaprathet. Ancora qualche kilometro a bordo di un songthaew, un furgone blu utilizzato dagli autoctoni, e arriviamo al confine.

Vedere un confine è impressionante: fiumi di auto che scorrono in tutte le direzioni, chi guida a destra, chi guida a sinistra, biciclette, carri trascinati a braccia, pieni di paglia mischiata a chissà quali generi di contrabbando … e noi, i backpackers pedoni, che tra code, visti, controlli e re-entry permit recuperati all’ultimo minuto, in Cambogia ci arriviamo camminando.

Chi l’avrebbe mai detto che Cambogia e Thailandia sono così diverse tra loro?
Sterminate pianure coltivate, interrotte ogni tanto da qualche collinetta, paludi, vacche magre, bambini nudi che si bagnano in fiumicelli, motorini, il tutto avvolto un un’atmosfera di pace e tranquillità che nella “Land of smiles” non ho mai trovato.

Oltre a visitare Angkor, sulla quale non posso che dire che merita di essere una delle meraviglie del mondo, ho avuto la fortuna di trascorrere una giornata in bicicletta per la campagna cambogiana, rispondendo ai saluti e ai sorrisi di tutti, tuffandomi da un ponticello in un torrente con dei bambini, mangiando rane, serpenti, grilli, riposandomi su un’amaca mentre sorseggiavo latte di cocco e chiacchierando con un monaco bambino.

Non so se tornerò mai in Cambogia.
Non so se vorrò mai più toccare dei ricordi così belli, rischiando di contaminarli con il vento del progresso, che sembra cancellare piano piano tutto ciò che di bello c’è al mondo.
Ma per ora me la godo così, pura e vera.