Verde balinese.

Giungla, liane, collinette, ruscelli che scorrono veloci e cascate immerse nel verde.
Una curva e il panorama cambia: tanti campi di riso ordinati, il sole che si specchia in questi, creando giochi di luce, e i contadini, vecchi, sdentati, magri e sorridenti, con gli occhi nascosti da quel cappello triangolare così ridicolo quanto utile.

La strada è piccola e trafficata, le motociclette sfrecciano senza nessuna regola, i carretti cercano di mantenere la sinistra, le poche macchine suonano all’impazzata e ogni tanto passa un camioncino con un carico di galline o di suini. Ad un certo punto da un vicolo sbuca una bella donna con i capelli raccolti. Insossa il sarong e in mano porta un vassoio composto da foglie di banano intrecciate: dentro ci sono dei piccoli cesti con fiori colorati, sigarette, biscotti e un bastoncino di incenso. Si china e appoggia questi di fronte alla statua del dio Ganesh. Un’altra donna, più indaffarata, si destreggia camminando su un marciapiede inesistente, tra auto e moto parcheggiate senza regola: in testa porta un carico enorme di foglie quasi piu pesante di lei e riesce a camminare con tutta la grazia che caratterizza il genere femminile.

Da una collinetta ci si gode il panorama: il cielo è terso e si intravede persino il cratere di uno dei tanti vulcani che dominano l’isola.

Poco lontano c’è l’oceano, e nella spiaggia nera un surfista indonesiano si diverte a cavalcare le onde.
Qualche bracciata verso il mare aperto, lancia un ultimo sguardo all’orizzonte per controllare l’onda, gira la tavola, ultimo paddling di forza e poi, proprio quando sembra che l’onda si stia per chiudere sopra di lui, il take off e via veloce, ginocchia piegate, ricerca costante dell’equilibrio e mano che sfiora l’acqua, spinto dalla forza delle onde. Capelli che sanno di sale e di sole, denti bianchi, occhi che brillano e sorriso genuino. E’ felice.

E poi ancora banani, alberi di mango e di caucciù, palme di cocco, templi con mura scure e ricoperti di fiori e statue spaventose.

Un’altra curva, un cardo rosso, un campo di riso e un uomo col sarong e il bastone in mano dirige una processione di anatre. Dall’altro lato della strada tre giovanotti fumano sigarette al sapore di chiodi di garofano e salutano i passanti.

Lungo la strada altri terrazzamenti e giungla, che camminano insieme in un’armonia di verdi diversi che riempie gli occhi e il cuore.

E’ questo il mio colore preferito, quel verde coltivato dal contadino col sorriso sdentato e il cappello di paglia mentre cerca di addomesticare la giungla e sopravvivere con il suo campicello di riso e le sue anatre.
E’ il colore di chi si accontenta di tutto quello che ha, di chi sorride alla vita e non si preoccupa delle disgrazie. E’ il colore di chi sa di vivere grazie alla natura e la rispetta per questo. E’ il colore di chi non si pone troppe domande e zappa la terra, di chi non sogna un mondo diverso ma si adopera per migliorare quello che c’è. E’ il colore di ha scoperto che la vera ricetta per la felicità è smettere di cercarla. E’ il colore di Bali.

bali

2 pensieri su “Verde balinese.

  1. Ciao…
    Sono un viaggiatore come te, da tanto ormai, e sono rimasto incantato dal tuo intenso, dolce scrivere. Non sono un grande lettore su internet, ma sono certo che non manchera’ occasione per perdermi nuovamente nelle linee delicate delle tue delicate parole di viaggio. Auguri. Massifish

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