Semplicemente “Full Moon Party”.

 

 

.. o meglio: “Ottima azione di marketing basata su buckets, accessori fluo e giochi di fuoco, volta a soddisfare le aspettative di orde di turisti occidentali in vacanza”.
Niente di più.

Ammetto che ero tanto eccitata quanto agitata all’idea di presenziare a questa lunare ricorrenza, tanto da sottoporre me stessa e i miei compagni di viaggio ad una preparazione psicologica al limite dell’assurdo: websites, video su youtube, raccomandazioni e precauzioni che renderebbero fiera persino la più apprensiva delle madri.
Così, pronta ad ogni evenienza ed armata della mia maglietta fluo loggata e dei mille baht che avevo con me (unico oggetto di “valore”) mi dirigo verso Had Riin, la location. Ad attenderci, un cartellone rosso che sostiene che il costo del Full Moon Party è di 100 baht e che tutti sono tenuti a pagarlo, “No Excuses” .. ma siamo italiana, insomma, e una excuse la si trova sempre!
Ovviamente, non è solo il costo dell’ingresso in spiaggia ad essere vorticosamente aumentato, ma anche il prezzo dei celeberrimi buckets: la sera prima con 150 modici baht si poteva acquistare un secchiello contenente qualunque bevanda alcolica, ora solo del whisky thailandese di quarta categoria. Per un sano Gin Lemon ne servono 300. Parola di luna piena. 

Premetto che le mie aspettative erano quelle di un mega rave party in spiaggia, con musica di tutti i generi, tantissimi palchi e tantissima gente interessante, attrazioni varie e giochi col fuoco. Ma, come sempre, la mia fantasia lavora d’eccesso.
In realtà, il Full Moon Party è la più banale (ma la più riuscita) delle feste in spiaggia: è (rullo di tamburi) .. una festa in spiaggia!
I vari beach bar offrono musica commerciale a tutto volume, la gente balla tranquillamente sotto la luna piena bevendo uno o più bucket, c’è qualche gioco col fuoco o qualche altra misera attrazione, ma la festa è lì, consiste nell’essere tutti su una stessa spiaggia a ballare finché non sorge il sole.
Semplicemente.
Ammetto che all’inizio ero delusa da questa festa, credevo che le feste nella giungle o accanto alle cascate dei giorni precedenti il Full Moon Party fossero molto meglio: non ero ancora riuscita a cogliere che il successo di questo evento sta, come sempre, nella sua banalità, nel suo essere qualcosa che “non può non piacere”. Semplice. 

E così, ogni anno, milioni di occidentali si recano a Ko Phangan, per essere anche loro partecipi di questa festa, per comprarsi la maglietta, per ubriacarsi di bucket, per conoscere ragazze di cui si dimenticheranno il nome l’indomani, perchè tanto è così che va la vita, perchè siamo giovani e dobbiamo godercela e spassarcela, perchè il tempo passa e non torna indietro, perchè prima o poi queste cose sono da fare. E rifare. Semplicemente.

Ah, per chi non lo sapesse, i buckets sono dei secchielli pieni di cocktail. Geniali.

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Cambodia.

Stazione di Hualampong, Bangkok, ore 05.55.
La città si sveglia e il treno inizia a muoversi lentamente sui binari, affollato dei veri thailandesi, quelli che prendono la terza classe e non lo Skytrain, quelli che ascoltano lo sferragliare sulle rotaie e non l’iPod: quelli che vivono alla giornata.

Sette lunghissime ore trascorse a sfamarmi gli occhi di vecchiette che chine raccolgono il riso col falcetto, di bambini che corrono in mezzo alla strada, di giovani che riposano su amache, svegliandosi solo per salutare distrattamente il treno .. e poi ancora palafitte, risaie sterminate, torrenti e paludi, uccelli di ogni specie e cielo azzurro mozzafiato.

E poi, quanta vita ad ogni stazione! Giovani che guardano emozionati il treno, compere che si svolgono dai finestrini e un’infinità di commercianti che popola i vagoni, carichi di cesti pieni di riso, mango, zuppe e verdure.

A metà strada, il paesaggio cambia: più giallo, più secco, più strade di terra battuta. Un ultimo sforzo e siamo finalmente pronte ad abbandonare i comodissimi sedili per conoscere l’ultimo baluardo thailandese verso l’Oriente: Aranyaprathet. Ancora qualche kilometro a bordo di un songthaew, un furgone blu utilizzato dagli autoctoni, e arriviamo al confine.

Vedere un confine è impressionante: fiumi di auto che scorrono in tutte le direzioni, chi guida a destra, chi guida a sinistra, biciclette, carri trascinati a braccia, pieni di paglia mischiata a chissà quali generi di contrabbando … e noi, i backpackers pedoni, che tra code, visti, controlli e re-entry permit recuperati all’ultimo minuto, in Cambogia ci arriviamo camminando.

Chi l’avrebbe mai detto che Cambogia e Thailandia sono così diverse tra loro?
Sterminate pianure coltivate, interrotte ogni tanto da qualche collinetta, paludi, vacche magre, bambini nudi che si bagnano in fiumicelli, motorini, il tutto avvolto un un’atmosfera di pace e tranquillità che nella “Land of smiles” non ho mai trovato.

Oltre a visitare Angkor, sulla quale non posso che dire che merita di essere una delle meraviglie del mondo, ho avuto la fortuna di trascorrere una giornata in bicicletta per la campagna cambogiana, rispondendo ai saluti e ai sorrisi di tutti, tuffandomi da un ponticello in un torrente con dei bambini, mangiando rane, serpenti, grilli, riposandomi su un’amaca mentre sorseggiavo latte di cocco e chiacchierando con un monaco bambino.

Non so se tornerò mai in Cambogia.
Non so se vorrò mai più toccare dei ricordi così belli, rischiando di contaminarli con il vento del progresso, che sembra cancellare piano piano tutto ciò che di bello c’è al mondo.
Ma per ora me la godo così, pura e vera.

Scintille negli occhi.

Io amo gli occhi.
Nessuna preferenza di forma o colore, ma richiedo una caratteristica:
devono brillare, facendo trasparire tutte le emozioni. 

E cosi’ sono gli occhi dei thailandesi, sinceri e facili da leggere.
Per quanto timidi essi possano essere, per quanto cerchino di nascondere il loro sguardo dietro lenti a contatto azzurre, per quanto provino di modellarsi la forma dell’occhio a forza di eye liner, per quanto pretendano di avere tutti la stessa espressione nelle foto, non riescono a far tacere il vero specchio dell’anima.
Sono cosi’ brillanti e piani di storie da raccontare che ci si puo’ perdere all’interno, navigando in quell’oceano di finta riservatezza e pescando piu’ informazioni di quante ne vorrebbero davvero rivelare.
Ora capisco l’utilizzo sfrenato delle lenti a contatto: ognuno cerca, a modo suo, di costruirsi un velo di intimita’ che nessuno riesca a perforare, i thailandesi, per fare cio’, devono coprirsi gli occhi.

Gli occhi dei cinesi, invece, sono degni del Museo delle Cere di Madame Tussaud: sono l’esatto contrario di quelli thailandesi.
Non fanno trasparire alcuna emozione, sono controllati in ogni movimento, sembrano quasi finti nel loro essere cosi’ tanto gentili. Non si vede niente, ne’ un barlume di brillantezza, ne’ un’emozione, ne’ un’indizio per distinguerli uno dall’altro.
Non so perche’ non comunichino con gli altri, non penso non l’abbiano mai fatto nella storia del loro Grande Impero.
Che derivi da troppi anni passati a farsi emozionare da un’ideologia e non dagli occhi di qualcuno?
Che derivi da troppo tempo comportandosi solo come era necessario e agendo come stabilito da altri, senza farsi guidare dal lampo di ribellione che scintilla negli occhi?
Che fine ha fatto l’orgoglio cinese?
Perso tra la necessita’ di non proliferare piu’ per non perdere il lavoro o tra i mille nicknames che fanno dimenticare il proprio vero nome?
Perso tra il bisogno di essere tutti uguali e il desiderio di apparire il piu’ occidentale possibile?

Non lo so, davvero. 
Ma mi impegnero’ a scrutare a fondo i loro occhi, nella speranza di ricavarne qualcosa.