Tante foto e che altro?

Vi è mai capitato di vedere quei divertentissimi gruppi di cinesi in vacanza, muniti di cappellini enormi, vestiti lunghi e l’immancabile macchina fotografica?

Ecco, noi ci siamo andati insieme al mare.

Il cinese medio preferisce risparmiare 25 euro e fare 23 ore di pullman invece di un’ora di aereo, ma lo fa con stile: infatti, quando ci siamo finalmente incontrati a destinazione, nessuna delle 22 ragazze accusava un minimo di stanchezza. Erano tutte magrissime nei loro vestiti svolazzanti e terribilmente inadatti all’isola di Phuket. 

Dopo aver pranzato insieme – da leggersi come tutte loro a fare la coda in un unico ristorante e noi 4 europee in uno identico a 10 metri di distanza – ci siamo recate al mare. Il tempo non era dei migliori, ma l’acqua era caldissima e non abbiamo esitato a tuffarci nell’Oceano Indiano. Loro, invece, facevano foto a noi in acqua, a loro stesse che impaurite toccavano l’acqua o la sabbia, alle conchiglie, ad una povera medusa spiaggiata e a milioni di dita che fanno il segno “V” della vittoria.

E così anche a Cape Promthape, Capo Sud di Phuket famoso per il panorama: la lentezza impressionante con cui procedevamo era inversamente proporzionale al numero delle foto identiche che le ragazze si facevano. 
Divertentissimo quando hanno visto un povero ragazzo inglese farsi fare una foto sdraiato su un muretto e hanno cominciato a paparazzarlo anche loro. Epic win l’amico dell’inglese, che ha fotografato loro che fotografavano lui. 

Il secondo giorno abbiamo preso il motoscafo per dirigerci verso la stupenda Raya Island, dove avremmo dovuto fare snorkling. L’uso del condizionale non è casuale, in quanto la prima volta ci siamo buttate solo noi quattro europee: le altre, infatti, o stavano vomitando per il mal di mare evidentemente contagioso o non sapevano nuotare. 
Gli organizzatori del viaggio hanno, quindi, deciso di lasciare chi non sapeva nuotare in una vicina spiaggia, e di riportare noi e le altre a fare snorkling. Tra costumi che sembrano vestiti da Carnevale, trentenni coi braccioli, ventenni che si facevano trainare sul salvagente l’unica nostra curiosità era capire il perchè avevano speso dei soldi per questo viaggio e non si stavano godendo niente. 

Non sembravano divertirsi nemmeno la sera: le vedevamo venire a cena truccate e vestite bene e poi tornare in stanza. Nemmeno l’ombra in Bangla Road. 
Eppure loro sostengono di divertirsi e magari è proprio vero così: forse non serve sempre esagerare in tutto, voler godersi ogni momento al 200%. Magari questi cinque mesi serviranno per imparare un po’ del loro contegno, della loro gentilezza e del loro esser composte in qualsiasi occasione. In questi tre giorni abbiamo avuto l’occasione di stupirci di loro negativamente, per tutti gli aspetti sopra citati, ma anche positivamente, per il loro carattere, sorriso e per l’interesse con cui guardano all’Occidente. 

PS: ad oggi non abbiamo ancora imparato niente in quanto a “contegno” e “compostezza” – sulla “gentilezza” ci stiamo lavorando.

PS 2: io sono ancora convinta di essermi divertita molto più di loro.

PS 3: il post di oggi è da leggersi in modo SCHERZOSO.

Bangla Road & la nightlife di Patong Beach

C’è un’aura intorno a Bangla road che fa capire a chiunque che non è una normale viuzza da località di mare, che sia il cartellone luminoso “Welcome to Patong Beach”, il numero impressionante di turisti che camminano, le insegne luminose dei locali o la quantità di Tuk Tuk.

La cosa che colpisce di più sono le ragazze: pochissime turiste, se non quelle accompagnate dal rispettivo boyfriend, e un’infinità di ragazze autoctone.
In ogni barettino lavorano minimo dieci ragazze, tra bariste, accompagnatrici e ballerine; nei nightclub il numero non si conta più, spogliarelliste, ballerine di lap dance, cameriere, bariste, accompagnatrici; sulla strada si può venire fermati da bellezze dai costumi coloratissimi che invitano tutti (anche noi) ai famosissimi PingPong Show oppure ci si può fermare a scegliere la fanciulla con cui passare la notte.
Sex = Money è l’equazione fondamentale di Phuket.

Per fortuna, non è obbligatorio essere un individuo di sesso maschile alla ricerca dell’amore ad occhi a mandorla per passare una bella serata.
Soi Bangla è piena di bar dove incominciare la serata con i famosissimi secchielli (baskets) a basso prezzo – consiglio il Kangaroo Bar o i locali adiacenti – o di locali dove sfruttare ottime promozioni per divertirsi un po’ – ottimo il Jack Daniel’s Bar, dove dopo il 2×1 i baristi propongono partite di Forza 4 particolarmente avvincenti, nelle quali vincono sempre loro. 
Per chi non volesse buttarsi in discoteche o in night club il problema non si pone, perchè passeggiando per la via qualche pr inglese, svedese o australiano proporrà allo sfinimento il proprio locale, migliore di qualsiasi altro – consiglio lo Stokholm, per le partire di beer pong e per la musica, e il GG, dove ballare tutta notte allo sfinimento.
Per gli amanti delle discoteche, invece, il problema è solo la scelta: si va dal Banana sul lungomare al celeberrimo Tiger in Bangla Road, passando per l’Hollywood e il Tai Pan (un po’ caro). Noi abbiamo optato per il Seduction, free entry, ottima compagnia, no ballerine di lap dance, ottima musica e buona pista!

Un ultimo consiglio: conoscere gente! E’ il posto migliore dove poter incontrare inglesi, australiani, brasiliani, europei e asiatici, cogliete l’occasione al balzo e non ve ne pentirete!

Immagine

Same same but different.

Ti diranno che in Oriente mangeranno cibo diverso, avranno un’ora diversa, parleranno una lingua diversa, professeranno una religione diversa ed avranno una moneta diversa.
Non basterà.
Magari qualcuno ti dirà che sarà tutto tanto diverso da quanto sei abituata, ma neanche questo basterà.

Il vero problema è che nessuno dei libri letti, nessuno dei film e documentari visti, nessuno dei websites visitati o dei consigli chiesti basterà mai a capire la VERITA’, e cioè che in Oriente è TUTTO diverso, e che anche il “diverso” è diverso da quello a cui siamo abituati, quello che può esserci tra Basilicata e Sudtirol, tra l’Europa e gli USA, tra Marocco e Norvegia.

Il “diverso” Orientale è qualcosa di più profondo, che riempie l’aria che si respira, che passeggia nelle strade, che è nel cibo, nella moneta, nella lingua, nella religione, nelle persone: è il VERO significato di diversità, che va oltre gli occhi a mandorla e che si può capire solo immergendosi.

Per comprenderlo basta poco: ribaltare il nostro Eurocentrismo, le nostre convinzioni, le nostre fondamenta e il nostro essere.

Mai considerare qualcosa “giusto” in assoluto.
Mai dare qualcosa per scontato.
Niente sarà mai realmente come si presuppone, nemmeno ora nel pieno della globalizzazione.

Per quanto difficile, è bello rimettere TUTTO in discussione.
Forse solo così si può arrivare a capire che non esiste una vera “verità”, ma solo la PROPRIA verità.

เดียวกันเหมือนกัน แต่ที่แตกต่างกัน

Qualche pagaiata in tranquillità.

Una long-tail boat, un cappello di paglia, pagaia alla mano, palme a destra e palafitte a sinistra. 
Unico rischio: una noce di cocco in testa!

Per il rifornimento non c’è tanta strada da fare: due pagaiate e si è al Damnoen Saduak market, il mercato galleggiante, dove uomini e donne sorridenti e sdentati vendono banane fritte, noci di cocco, mango, noodle ed ogni prelibatezza thai.

Le case sono semplici, sollevate dall’acqua quanto basta per evitare inondazioni e permette una taverna al fresco munita di amache. All’interno il necessario, niente di più. Tutto quello che serve è fuori: il verde che circonda ogni cosa fa percepire la ricchezza e l’abbondanza della natura.
Di fronte ad ogni casa, inoltre, c’è un piccolo altare ricolmo di doni: questo è dedicato ai pii, gli spiriti. I thailandesi, infatti, credono che insieme a loro vivano tanti altri esseri invisibili e, perchè questi stiano in pace, davanti ad ogni palafitta costruiscono dei tempietti sempre pieni di doni e dedicati allo spirito della Terra, per scusarsi di averlo disturbato costruendo la casa e per chiedere protezione. 

Spesso, girando l’angolo di una strada ed un canale, si trova un tempio magnifico, circondato da altari pieni di doni – il karma ! – con all’interno un vero monaco intento a pregare davanti alla statua di Buddha. Non si può far altro che inginocchiarsi e riflettere sul senso del divino, in questa confusione di semplicità e sfarzo che è il Buddhismo. 

Questa è la Thailandia di cento anni fa, questa è la Thailandia in cui voglio immergermi.

Immagine

Quartieri borghesi.

Obiettivo di oggi: vedere i quartieri residenziali di Bangkok.

Lasciato il più elegante centro commerciale, ci dirigiamo verso la parte più esterna della città percorrendo una ragnatela di stradoni che nemmeno il più saggio dei ragni saprebbe percorrere. Ad un certo punto, il paesaggio cambia drasticamente: ai lati delle strade non si vedono più le botteghine o i ristoranti di latta a cui siamo abituate, nemmeno i condomini di cemento o qualche canale: solo degli altissimi e grigissimi muri di pietra, intervallati solo dalle entrate e distinguibili l’un l’altro solo per il numero che li contrassegna.
Incuriosite, chiediamo spiegazioni: all’interno di queste mura di cinta vi sono i villaggi dei “ricchi”. Essi, infatti, preferiscono avere la percezione di non essere in città, pur essendoci, e cercano casa in questo mix tra residence e villaggio turistico, grande quanto un paesino di mille abitanti, con tanto di stradine, piazze, palestre, piscine e piccoli supermercati. 
All’interno, le case sono una identica all’altra, di visibile stampo americano e l’entrata è consentita, chiaramente, solo ai residenti. 

Per nostra fortuna, una cognata della nostra guida abita all’interno di questi Village e siamo andate a visitarla.

La casa era grande, pulita ed ampia quanto piena di stranezze. Innanzitutto il bagno, senza pavimento ma con tante pietre su cui camminare, come parte del “giardino” – si può chiamare giardino una cosa senza erba? ; in secondo luogo il numero esorbitante di oggetti e cianfrusaglie presenti nella casa: centinaia di uccelli-soprammobili, quadri ovunque, cuscini di ogni tipo e specie e chi più  ne ha più ne metta. Ma la sorpresa è arrivata dopo, quando ci ha mostrato la sua stanza preferita: apriamo la porta e sembra di essere catapultate nel mondo di Hello Kitty, tra pareti rosa, letto rosa, cuscini rosa, armadi rosa, scrivania rosa, cianfrusaglie rosa, quadri rosa, cornici rosa, copri iPad rosa .. il tutto rigorosamente marcato Hello Kitty!

Insomma, ricordava in tutto e tutto la casa di una ricca bambina viziata, peccato che la padrona avesse circa cinquant’anni! 

Quindi, in queste false oasi di pace identiche al paese dal quale provengo, vive la borghesia di Bangkok. Bene, ora non vedo l’ora di vedere dove sta la gente comune!

Royal Palace & Turist Watching.

Sfarzo, ostentazione e esagerazione ovunque: the Royal Palace è grande quasi come una città esso stesso.
Un numero esagerato di turisti si perde tra gli innumerevoli tetti colorati, facendo foto mimando le statue, sorprendendosi ad ogni placchetta d’oro ed ammirando la magnificenza delle sale dedicate ai Buddha.

Io passeggio godendomi lo spettacolo ma, come è da sempre mio vizio, mi concentro anche sui turisti.
Cinesi, giapponesi e coreani su tutti, con i loro ombrellini anti-sole, le macchine fotografiche e le guide urlatrici; tanti tedeschi e tante guide thailandesi che cercano di parlare teutonico con accento thai – un mix esilarante; parecchi thailandesi, soprattutto scolaresche provenienti dal Nord; qualche spagnolo e italiano rumoroso e, infine, quelli che mi hanno colpito più di tutti: i monaci,
Teste rasate e stupende tuniche arancioni, sembrano impersonare la tranquillità, la purezza e il senso di una religione che vige ancora oggi.

Sembrano, appunto, finchè non estraggono da non-so-dove della tunica i loro smartphone e le loro videocamere e iniziano a riprendere e fotografare.

Non dico che non sia loro diritto, non dico che debbano vivere come mille anni fa, ma l’idea che un giorno potrei vedere le foto del Royal Palace su Instagram mi fa rabbrividire.

Ma sono in Asia, e qua le cose vanno accettate così come sono, senza farsi troppe domande.
Ed io accetto questa cultura.

Immagine

crocodile show ?!

L’idea che chiunque potrebbe farsi sentendo la parola “Crocodile Farm” è quella di un’enorme tenuta dove vivono i coccodrilli accuditi, curati e studiati dai primi giorni di vita sino agli ultimi respiri.
Ma, evidentemente, io e i thailandesi non la pensiamo allo stesso modo.

L’entrata è, come ogni cosa in Thailandia, maestosa: tetto a pagoda con scritte intarsiate in oro in varie lingue, tra le quali si intravede un “The largest Crocodile Farm in the world”.
Appena entrate, veniamo colpite da manifesti che invitano i visitatori, di maggioranza autoctona, a fare foto con una tigre e una scimmia. Incuriosite, ci avviciniamo e scopriamo che per scimmia si intende un piccolo di Orango, legato con una catena di ferro lunga 50 cm e costretto ad indossare dei pantaloncini di jeans, mentre per tigre solo l’ombra di essa: il più feroce degli animali, infatti, è dist per terra e non reagisce ad alcuno stimolo.

E’ ancora presto per giudicare e decidiamo di continuare la visita, giungendo alla “Bird Zone”. Completamente senza senso e contro ogni logica occidentale, questa è piena di magnifici e rarissimi uccelli tropicali, ognuno dei quali legato al suo ramo con una catena lunga 20 cm al massimo. La cosa più scandalosa è che si può entrare nello spazio dedicato ai volatili e dar loro da mangiare noccioline ed arachidi che, addestratissimi ad estrarre da scatoline di plastica, ingurgitano sollecitati da orde di turisti, totalmente inconsci del senso della misura.
E così, il bel tucano bianco è così grasso che quasi non riesce a librarsi in volo, mentre il povero uccelletto nero discriminato è costretto a smangiucchiare ciò che resta fagli altri: le scatolette di plastica.

Sempre più sconcertate, ci dirigiamo verso il famoso Crocodile Show, passando accanto a gabbie per orsi che sarebbero piccole per un cane, ippopotami che sguazzano in acque più sporche del fiume di Bangkok e rare specie di coccodrillo con le code mozzate.
Prima dell’arena per lo show dei coccodrilli troviamo un piccolissimo stagno in cui i turisti possono divertirsi a dar da mangiare ai coccodrilli (sregolatamente, strano). Il vero problema è che vi erano più coccodrilli che litri d’acqua.

Alle 14.00 inizia il Crocodile Show e noi siamo sedute ai lati dell’arena gremita di thailandesi esaltati. All’interno di essa è già presente un discreto numero di coccodrilli e non tarderanno ad arrivare i due performanti, due thai vestiti di rosso.
Lo show inizia con la dimostrazione della potenza delle zanne dell’animale: uno dei due wrestler trascina un coccodrillo per la coda al centro dell’arena e comincia a stuzzicarlo con un bastone finchè questo non apre le fauci, poi lo bastona ai lati fino a che questo, infastidito, non fa schioccare i denti.

La gente applaude entusiasta ed inizia a lanciare soldi.
Ogni volta che i wrestler ricevono 20baht ( 50 centi) devono fare il Hand-Wrestling, che consiste in qualche bastonata in più all’animale per fargli aprire la bocca, infilare la mano e tirarla fuori illesa prima che questo chiuda le fauci.
Ogni volta, invece, ricevono 100 baht ( 2,50 euro ), bisogna fare il head-Wrestling. Per questo serve un altro coccodrillo, molto più grosso ma con parte della mascella visibilmente tagliata e pochissime zanne.

Sotto shock usciamo, facciamo un altro giro per lo zoo e ci rifiutiamo di vedere l’Elephant Show – notiamo solo che uno degli elefanti aveva un taglio enorme al costato.

La chicca? All’uscita troviamo negozi di borse e cinture in pelle di coccodrillo.

let’s go to The Mall!

Primo giorno, primo difetto: i centri commerciali.

Il giovane thailandese quando ha un giorno libero prende la SkyLine o la macchina, si mette alla guida nel caotico traffico di Bangkok, arriva al parcheggio dell’immenso centro commerciale e, se e’ fortunato, parcheggia la macchina dentro le normalissime linee bianche, altrimenti lascia il veicolo “in folle” posteggiato davanti ad altri due, cosicche’ chi non riuscisse ad uscire potrebbe spingere la macchina un metro piu’ in la’. 
Finito il rituale del parcheggio, si appropinqua all’interno, non vedendo l’ora di far subire al proprio corpo un’escursione termica di circa 10-15 gradi. 

Dentro, circondati da migliaia di luci neon, si trovano migliaia di negozi, il 90% di firme occidentali, divisi per piani.
La cosa curiosa e’ che, come nel mondo arabo, non esiste il concetto di concorrenza: in ogni piano si possono trovare molti negozi dello stesso genere l’uno accanto all’altro, intarvallati, qualche volta, da chioschetti refrigeranti.

Il Mall, pero’, non e’ solo shopping, ma anche cinema, Free WiFi, Ice-Skating, passeggiata con le amiche, public relations e, soprattutto, mangiare. Sushi, ristoranti thai eleganti, chioschetti coreani, street food, cibo originale fast food thai, qualche catena occidentale di fast food e qualche McDonald’s deserto.
In questi centri commerciali si puo’ mangiare per pochi Baht ad ogni ora del giorno e della notte.
E, infatti, i thai mangiano per pochi Baht ad ogni ora del giorno e della notte.

I centri commerciali rappresentano in ogni loro forma tutto cio’ che io rifuggo dall’Occidente e allo stesso tempo tutto cio’ che l’Oriente ci invidia. La popolazione asiatica e’ affascinata dalla bella vita all’occidentale e sembra non vedere quanti problemi, in realta’, ci siano da noi.

Non riescono a vivere senza aria condizionata e alla domanda “Un secolo fa come facevate?” non sanno come rispondere.
I teenager o vanno al Mall o stanno a casa.
Gli smartphone sono utilizzatissimi sempre, senza lo scoglio dell’eta’.
I parchi sono deserti e a tutti sembra inconcepibile passare del tempo nella natura.
Non si mangia nei mercati, troppo sporco, ma nei ristoranti degli ospedali.

Vi lascio con questa citazione di “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani, scritta dalla sua Turtle House nel centro di Bangkok. 

Mai come nel nostro tempo l’uomo si e’ cosi’ allontanato dalla natura, e questo e’ forse il piu’ grande dei nostri errori. L’Occidente se ne e’ giusto reso conto e corre ai ripari; l’Asia, che ora pensa solo a diventare come l’Occidente, sta facendo terra bruciata intorno alla sua gente. Ogni anno di piu’ milioni e milioni di persone lasciano le loro abitazioni di legno, a pianoterra con qualche giardino, per trasferirsi in miseri monolocali nei blocchi di cementi delle case popolari. Ogni anno migliaia e migliaia di chilometri quadrati di foresta vengono tagliati per la miope ingordigia di un immediato guadagno.

ospitalità thailandese.

Uscite dall’aereoporto di Bangkok, dopo 12 ore di volo, 4 di attesa a Dubai, 1 di coda a Bangkok troviamo cinque ambasciatori dell’universit’ ad aspettarci da piu’ di due ore, con tanto di mega striscione loggato. 
Sorrisi, presentazioni e foto, tante tante foto.

Sono una popolazione gentilissima e accogliente in profondita’: cercano di dimostrarlo nei dettagli e non nell’apparenza, come invece facciamo noi. Ci tengono davvero a far sentire l’ospite a casa propria!

.. e cosi’, valigie trasportate, cena offerta, macchina riservata: non mi sono mai sentita cosi’ VIP in vita mia!

Immagine

… english …

Right outside Bangkok airport, after 12 hours flight, 4 hours wait in Dubai, 1 extra hour queuing in Bangkok, we meet five ambassador of the university that have been waiting for us for more than two hours, with a huge banner.
Smiles, presentations and pictures, lots of pictures.
They’re a really kind and hospitable popolation in deep: they try to show it in the details and not in the form, as we do. They really care about the guest!

.. and so on, carryed luggages, payed dinner, reserved car: I’ve never felt that VIP in my entire life!

pensieri su un Boeing 777

h 22.20 – Si parte! Eccitazione, agitazione e senso dell’ignoto. Si, ci vuole un po’ di coraggio a partire!

h. 24.00 – mangio salmone, bevo Coca Cola e guardo The Hangover 3 su un tablet tutto per me. Serve davvero tutto questo? Dove e’ scomparso il vero senso del viaggio di conoscenza se i viaggiatori non si rivolgono nemmeno la parola, tutti presi dagli ameniccoli elettronici a loro riservati? Ah, il progresso, quanto bene e quanto male insieme!

h. 4.00 – Dubai. E’ vero che tutti gli aereoporti del mondo si assomigliano, ma questo qualcosina di diverso ce l’ha: migliaia di piani, troppi gates, fontane, trenino per raggiungere gates lontani, oasi, aragoste e champagne a tutte le ore, ogni nazionalita’, compere a tutte le ore e ostentazione ovunque. Non so se fa per me.

h. 6.00 – “Sei italiana?” “Ehm, si, come fai a saperlo?” “Pantaloni e felpa di Scout”

h. 10.00 – Oceano, dall’alto, di nuovo. Vedo le onde incresparsi nell’azzurro che sa di immensita’. 
(colonna sonora: Heroes – David Bowie)

h. 15.00 – Irene: “Ho paura di arrivare a Bangkok perche’ non sappiamo esattamente cosa succedera’ e perche’ devo unire le mani per salutarli”

h. 19.00 – Mi piace arrivare di notte sulle citta’: e’ come cercare di intravederle senza spogliarle, senza scoprirle prima dall’alto. Fa venir voglia che arrivi il giorno per goderle appieno.

… english …

h. 22.20 – We’re leaving! Eccitation, agitation and no ideas at all. Yes, you need some bravery to leave!
h. 24.00 – I eat salmon, drink Coca Cola and watch TheHangover 3 on a tablet all for me. Do we really need all this? Where is the real meaning of the journey of knowledge gone, if the travellers are too into the electrical devices to talk with each others? Ah, the progress, how much goodness and badness together!
h. 4.00 – Dubai. It’s true that all the airport are similar one to the others, but this one have something different: thousund of floors, too many gates, fountains, train to connect one gate to the others, oasi, lobster and champagne at every hour, every nationality, shopping forever and ostentation everywhere. I don’t actually know if I do like it.
h. 6.00 – “Are you italian?” “Ehm, yes, how do you know?” “Trousers and pullover of Scout”.
h. 10.00 – Ocean, from above, again. I see the waves rippling in the blue that tastes like immensity.
(Soundtrack: Heroes – David Bowie)
h. 15.00 – Irene: “I’m scared to land in Bangkok because we don’t know what will happen and because I have to close the hands to greet them”
h. 19.00 – I love landing in the cities by night: it’s like try to catch a glimpse of them without stripping them, without discovering them before from above. It makes you desire the daytime to come, to take all the delight of them.